giovedì 12 febbraio 2015

L'INFINITO...DI CHIARA

IMMENSITÀ ED ETERNITÀ SONO DUE TEMI FONDAMENTALI NELLA POETICA DI LEOPARDI E, DINANZI AD ESSI, IL POETA PROVA UN SENSO DI SMARRIMENTO E DI ABBANDONO; LA SIEPE, CHE GLI IMPEDISCE DI SCORGERE L'ULTIMO ORIZZONTE, DIVENTA UN PRETESTO PER VIAGGIARE CON LA FANTASIA. RACCONTA COSA IMMAGINI TU PENSANDO ALL'INFINITO E ALL'ETERNO, CHE COSA PROVI, QUALI DOMANDE SCATURISCONO DA QUESTA MEDITAZIONE, DOVE TI PORTA LA TUA FANTASIA, QUALI SONO I LIMITI CHE TI IMPEDISCONO DI CONOSCERE, VIVERE, AGIRE COME VORRESTI, SE E IN CHE MODO PROVI A SUPERARLI.

L'infinito e me. Io e l'infinito. Due mondi che forse vanno a compenetrarsi, unirsi, fondersi tra loro.
Io, senza l'eternità, dopo la morte non sarei più senza di me, all'immensità mancherebbe qualcosa.
A volte, mi fermo a chiedermi se l'eternità e l'immensità esistano davvero.
Guardo le stelle dalla finestra della mia stanza, le ammiro brillare spavalde in quel tappeto di tenebra che è il cielo della notte.
Se socchiudo gli occhi, mi sembra quasi di vederle danzare, seguendo un ritmo libero, veloce e lento, incalzante e malinconico, libere da qualsiasi limite o regola.
Inizio a sentire qualcosa battere all'interno della mia testa e del mio petto, come volesse uscire e cambiare ciò che sto ammirando, modificare l'ambiente in cui mi trovo, trasformare me.
Non ho idea del perché si sia soliti associare i concetti di immensità ed eternità alle stelle; anche esse, ad un certo punto, smettano di brillare. Ma per ora sono lì e le guardo mentre si dispongono in un certo ordine all'interno delle enormi pagine ancora vuote del cielo notturno come per scrivere qualcosa, imprimere luce sul buio comporre alcune frasi.
Ma... a quale scopo? Mentre sono immersa nei miei pensieri, sento bussare alla porta ed abbandono quell'immagine soprannaturale per tornare a quella terrestre, quotidiana, di tutti i giorni, e guardo la distesa nera sopra di me: un cielo notturno in una fredda notte di novembre che non mi dice assolutamente niente. Riprendo la concentrazione.
Ci riprovo. Le stelle captano i miei pensieri, tornano a descrivere grandi lettere nel cielo, fino a spingermi a contarle formare una parola chiara, forte, diretta, scritta a caratteri cubitali: “Contaci”. Non ho idea di cosa voglia dire.
Per poco il cor non si spaura, direbbe Leopardi, se si trovasse qui con me. Forse sto impazzendo; sì deve essere così. In una situazione del genere, nessuno sentirebbe le stelle parlare nel buio della notte.
Ma quando mi accorgo che qualcosa si mette in moto dentro di me, che c’è un meccanismo che non riesco a fermare e che mi domina, penso che esista qualcos’ altro oltre quella realtà, la quale un po’ rappresenta per me ciò che la siepe era per Leopardi: un limite, un ostacolo, restrizioni, divieti.
La realtà obbliga tutti a vedere le stesse identiche cose, mentre ciò che sto provando io è l’esatto contrario di questo: sto vedendo qualcosa che gli altri non riescono a scorgere, qualcosa del mio “io” personale, di mio. Cos’è?
È forse essa la ragione per cui le stelle cercano di comunicare con me, mi chiedono di contarle, danzano fluttuando insieme ai miei pensieri in un freddo buio di novembre?
In questa situazione corpo e mente si sentono così deboli, ma anche leggeri, liberi di viaggiare, potenti, ma non immensi: secondo me, infatti, nessuno, da solo, può essere infinito, sempre grande, sempre forte…è forse per questo che le stelle non appaiono mai singolarmente nel cielo, ma in grandi scie tanto luminose da sembrare infinite?
Io non sono un astro, piuttosto una goccia che, cadendo nell’acqua, contribuisce a formare un mare d’immensità.
Mi chiedo se il termine “estraniamento” possa descrivere in modo esauriente il mio stato d’animo.
Forse sto per svenire, mi sento così assente nel corpo, ma così presente nella mente.
Mi accorgo di essere perfettamente lucida, sveglia e attenta. Che mi succede? Potrebbe essere la fantasia?
Non è possibile.
La fantasia è per i bambini piccoli, non è una cosa che si addice ad una ragazza “grande”, di terza media.
Di sicuro, se lo dicessi in giro verrei derisa da tutti.
Secondo i miei coetanei, infatti, essere dotati di immaginazione significa sognare paesi incantati ed unicorni, ma, in fondo, non è proprio come sognare stelle che parlano?
In effetti, a pensarci bene, si tratta sempre di fantasticare con la forza della mente.
Potrei anche immaginare una nave pirata che superi tutti i veicoli che scorrazzano sull’autostrada, perché no?
D’ altronde, non credo ci sia nulla di sbagliato nell’immaginare.
All’interno del mondo della fantasia non ci sono né limiti né regole, al contrario che in quello della realtà, caratterizzato da vincoli e restrizioni che limitano la possibilità della gente di “vivere un sogno”.
Nella mia mente, posso fantasticare chili di dolciumi, una nuotata nel mare, essere goccia nel mare.
Forse la fantasia è l’unico mezzo per andare oltre i limiti della regola, del possibile, della realtà.
L’immaginazione, magari, racchiude in sé anche la realtà.
Decido di seguire il consiglio delle stelle: provo a contarle, perdo il conto e ricomincio daccapo.
Riprovo, arrivo a milletré e riparto.
Forse in tutto questo consiste l’infinito: provare a contare le stelle, non riuscirci, ritentare, fallire, riprovare, per sempre, eternamente.
Ma ecco che mi sveglio, le stelle non ci sono più, una forte luce entra dalla finestra della stanza.
È giorno.
Dove sono stata fino ad ora?
Devo essermi addormentata.
Cos’ è che deve avermi fatto assopire ed immaginare di dialogare col cielo, con le stelle, con me stesa?
Forse solo una cosa è immensa, poiché racchiude in sé tutte le cose, eterna, perché come una fiamma inestinguibile durerà per sempre.
Solo una cosa è in grado di andare oltre i limiti, farmi capire il mondo, scoprire me stessa: la forza dei sogni.





Scritto da Chiara R., ricopiato a computer da Giulia M.

sabato 7 febbraio 2015

DICONO DI NOI...


Cari lettori,
desideriamo condividere con voi l'articolo pubblicato dal Giornale di Carate in seguito all'esibizione del cantante dei Vallanzaska presso la nostra scuola (cliccate sull'immagine dell'articolo).
Buona lettura!












giovedì 5 febbraio 2015

LETTERA ALLA MEMORIA





Martedì 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, Davide Romagnoni, cantante dei Vallanzanka , un gruppo musicale che si dedica al genere SKA, è venuto nella nostra scuola e ci ha cantato una canzone intitolata “Lettera”, di cui vi riportiamo il testo qui di seguito.

Quando ero solo un ragazzo, prelevato nella notte
caricato a furia e botte, mi hanno messo dentro a un treno
con me c'era la mia famiglia, gli abitanti del quartiere
ci mancava l'aria,
fuori c'era già la neve

Arrivati alla stazione, si vedeva il fumo nero
con la prima selezione siamo diventati zero
mio fratello piccolino, da lontano mi ha chiamato
prima l'hanno preso a pugni, poi un cane l'ha sbranato

Non ci credi, io lo vedo ma te lo racconterò
guarda un tatuaggio anch'io c'è l'ho
Non ci credi, io lo so ma te lo racconterò
guarda un tatuaggio anch'io ce l'ho

Prima ci hanno denudato, deriso ed annaffiato
con i piedi nella neve si ghiacciavano le vene
Nella mia baracca che puzzava di morte
ho  perso le mie forze nella camicia a righe

Poi il dottore con la faccia, con la faccia da dottore
ci ha messo su due file, in piedi per sei ore
Poi ha detto questo sì, poi ha detto questo no
Mio padre mi ha guardato, mia madre salutato

Non ci credi, io lo vedo ma te lo racconterò
guarda un tatuaggio anch'io ce l'ho
Non ci credi, io lo so ma te lo racconterò
guarda il tatuaggio anch'io ce l'ho

Non ho più la mia famiglia, nessuno da abbracciare
voglio che mi ascolti, che tu stia lì a pensare
presto partirò, ritroverò i miei cari
ti lascio il mio messaggio, ripensaci domani

Non ci credi, io lo so ma te lo racconterò
Non ci credi, io lo so ma te lo racconterò
Non ci credi, io lo so ma te lo racconterò


Dopo l’esecuzione del brano musicale, Davide Romagnoni ci ha dato la possibilità di porgli alcune domande, a seguito delle quali ci ha spiegato il significato del titolo Lettera, precisando che, inizialmente, la canzone avrebbe dovuto intitolarsi “Lettera a un giovane neo-nazista”. Successivamente, l’artista decise di abbreviarlo affinché potesse raggiungere tutti, nessuno escluso, in quanto si è reso conto che, con il passare degli anni, sono sempre di più le persone che tendono a dimenticare o a negare quanto accaduto al popolo ebraico. Ci ha anche detto di aver scritto la canzone in soli dieci minuti e ci ha spiegato che spesso le canzoni scritte di getto sono le migliori.
Si è poi soffermato sul verso “Poi il dottore con la faccia da dottore”, spiegandocene il significato: i dottori fanno un giuramento nel quale devono promettere di aiutare le persone malate e salvarle, invece quei “dottori” decidevano con un solo gesto della mano chi doveva “sopravvivere temporaneamente” per andare a lavorare e chi doveva, invece, morire immediatamente nelle camere  a gas.
Per noi questa è stata un’occasione per riflettere sulla Shoah in modo diverso, un modo decisamente migliore rispetto alle solite spiegazioni che si trovano sui libri e ai soliti filmati.
Ringraziamo tutti i professori e, in particolare, il nostro amatissimo prof. Penati per aver organizzato questo evento.



Davide Romagnoni


Davide Romagnoni insieme alla Band dell'Istituto Paccini (i nostri professori)

Il gruppo Vallanzaska

Zainab E., Hanae E.H., Lorenzo R.

INCONTRO CON SAMI MODIANO

Il 29 Gennaio 2015 gli alunni delle classi terze hanno assistito alla testimonianza di uno dei pochi sopravvissuti alla Shoah, Sami Modiano, deportato nel campo di sterminio di Auschwitz/Birkenau. Nato nell'isola di Rodi nel lontano 1935 da genitori ebrei (Giacobbe e Diana), intraprende, come è giusto che sia, il cammino scolastico all'età di 5 anni, ma quando Benito Mussolini emana le leggi razziali viene costretto, in terza elementare,  ad abbandonare la scuola,  perché appunto di origine ebrea. Questo è l'inizio  del suo incubo. Questo periodo “sciagurato” sembra non finire mai e le speranze del ragazzo si affievoliscono sempre di più, anche con la perdita della madre Diana, avvenuta nel 1941, a causa di una grave malattia. Lui però, ancora oggi,  riferisce di essere “contento” per la morte della madre,  perché almeno lei non ha dovuto sopportare il dolore dovuto alla permanenza nei campi di sterminio. La tragedia per la  famiglia Modiano inizia l'8 settembre 1943, quando l'isola  di Rodi viene militarmente occupata dalle truppe tedesche. Circa un anno dopo, il 18 Luglio 1944, la comunità ebraica di Rodi, composta da circa 2000 persone, tra cui anche Sami, Giacobbe e Lucia, sua sorella, viene rinchiusa nella base aeronautica italiana. Trascorsi cinque giorni, tutti vengono letteralmente “buttati” nelle stive di navi utilizzate per trasportare animali, costretti a sopportare condizioni igieniche pessime e, per noi, impensabili. Pensate che all’interno delle stive c’erano escrementi animali e una temperatura di circa 43°. Il viaggio da Rodi fino al Pireo durò circa 10 giorni; da lì, il 3 agosto del 1944, vennero caricati sui treni, stipati nel buio soffocante dei vagoni piombati, diretti verso il campo nazista di Auschwitz. Appena arrivati al campo, il 16 agosto 1944, gli uomini vennero separati dalle donne e Modiano, tredicenne, rimase con suo padre. Di lì a poco vi fu la selezione operata da Josef Mengele, il “medico” del campo.
Il suo destino sarebbe stata la morte nelle camere a gas, ma il padre Giacobbe riuscì a portarlo nella fila dei superstiti. Il suo numero di matricola era B7456, un numero in più di quello del padre, che aveva, invece, il numero B7455. Nei mesi successivi Sami perse la sorella Lucia e, poco dopo,  anche il padre, che, appresa la morte della figlia, si presentò volontariamente in infermeria, pur  sapendo quale fine avrebbe fatto.
Nel 1945 quando i sovietici erano a poche decine di chilometri dal campo, i tedeschi presero i superstiti e da Birkenau camminarono verso Auschwitz. Durante la Marcia della Morte, Modiano si accasciò a terra senza forze, abbandonando le speranze, ma fu sollevato da due sconosciuti compagni di sventura, che lo portarono a destinazione lasciandolo su un cumulo di cadaveri per mimetizzarlo. Al suo risveglio, ormai salvo, vide una casa in lontananza e decise di entrarvi.
Era il 27 gennaio del 1945.



Tommaso S.C., Roberto T.

martedì 13 gennaio 2015

I RAGAZZI DI 1B RACCONTANO...


Durante alcune ore del martedì pomeriggio, i ragazzi di 1B hanno inventato alcuni racconti, di cui vi diamo un piccolo "assaggio".



LA CASA INFESTATA

Era l’agosto del 2012, quando la famiglia Richards al completo (mamma, papà e due figli), a bordo della loro sfavillante automobile, si trasferì nella casa dei nonni di Alexanderville, un piccolo ma grazioso paesino alle pendici delle Montagne Rocciose. I nonni, Mary e Bob, erano morti da poco a causa di un brutto incidente domestico: mentre stavano cenando, il forno a microonde della cucina aveva preso fuoco e un fuoco dirompente li aveva investiti uccidendoli sul colpo. Quando la famiglia Richards arrivò a destinazione, tutti rimasero sbalorditi nel vedere l’antica e gigantesca villa dei nonni. Una volta entrati nella casa, i ragazzi, curiosi, andarono a vedere la loro camera...rimasero sorpresi: la stanza era vecchia e rovinata, le finestre erano un po' rotte, l'intonaco si staccava dal muro e negli angoli del soffitto c'erano delle ragnatele che ospitavano molti ragni. La sera, quando andarono a dormire, i due fratelli sentirono degli strani rumori provenire dalla soffitta. Così si alzarono dai loro letti, andarono a dare un'occhiata, ma non notando nulla di strano, ritornarono a dormire. La notte seguente sentirono gli stessi rumori della notte precedente e ciò si verificò ancora per molti giorni. Allora i ragazzi lo riferirono ai genitori, i quali, per risolvere il mistero, si rivolsero a degli acchiappafantasmi. Quando questi arrivarono, andarono a controllare la soffitta, ma non sentirono nulla e, soprattutto, non c' era niente di spaventoso.
Quella stessa notte, tuttavia, i ragazzi percepirono ancora quei rumori e, facendosi coraggio, andarono a verificare. Arrivati in soffitta, videro un gatto nero: era stato proprio lui a provocare quegli strani rumori! I ragazzi, così, si tranquillizzarono e continuarono a vivere la loro vita serenamente nella loro nuova cittadina.

Giada B., Sara K., Roneshka T., Christian V.






LA MIA AVVENTURA ALLA KRAFT

BOOM! Oh, scusate, neanche il tempo di presentarmi e sono già in ritardo.
Ho un appuntamento con il capo della nuovissima azienda tedesca Kraft ed è il mio primo giorno di lavoro.
È arrivato il momento di salire in macchina per prendere l'autostrada  e dirigersi a Milano, nella zona industriale, dove avverrà il colloquio.
Ho appena parcheggiato la mia utilitaria gialla nell'enorme posteggio accanto alla grandissima e maestosa Kraft.
Entrato, chiedo informazioni per sapere dove si trova l'ufficio del personale. Adesso che so dove andare, sfreccio subito verso l'ascensore. Appena entrato, un ragazzo della sicurezza mi accompagna all'ufficio.
TOC-TOC! “Entri pure”, mi disse una bella tedesca, ”si accomodi”.
Colpa dell’agitazione…non riuscii a spiccicar parola.
Stivali borchiati, minigonna attillata e una maglietta scollata: questo fu lo scenario che mi si presentò davanti. Vestiti un po’ strambi per un dirigente!
Mi siedo su una poltrona molto confortevole...se fosse stato per me ci sarei rimasto per ore e ore.
La donna cominciò a parlare con un accento tedesco, che, inizialmente, mi confuse un pochino; alla fine, però, riuscii a comprendere il significato delle sue parole. Mi proponeva un viaggio a New York, la più grande metropoli al mondo!
Il viaggio sarebbe stato il 16 settembre, mancavano solo poche ore. Scesi percorrendo le scale perché non volevo prendere l'ascensore. Arrivai al parcheggio, dove feci fatica a ritrovare la mia macchinetta. Cercai e cercai, finché il posteggio fu vuoto e la vidi in lontananza.
Poi mi diressi verso casa e pensai a cosa avrei messo in valigia. Andai a letto presto, perché così avrei avuto più forze il giorno dopo.
Ad attendermi in aeroporto c'erano un jet privato e il capo della Kraft, la signora Schmidt. Finalmente potevo conoscere il motivo del mio viaggio: dovevamo fondare un'altra azienda Kraft in America e io, una volta all'anno, sarei dovuto andare a controllarla.
Volevo che lei venisse con me, ma mi disse che doveva amministrare l'azienda milanese. Mi disse di chiamarla ogni sera per aggiornarla sull'andamento della filiale americana. Partii. Il pilota mi accese la televisione: ero così assorbito dal programma che non sentii il segnale d'allarme e mi ritrovai con i vestiti inzuppati su un'isola.
Il telefono non funzionava, non c'era campo. Mi voltai e vidi il pilota morto ancora dentro l'abitacolo del jet. Lo sotterrai. Poi mi costruii una capanna con dei legnetti che il mare aveva portato a riva e, con enormi foglie di banana, feci il tetto.
Riprovai tutta sera a telefonare alla signora Schmidt. Il telefono pieno d'acqua non riusciva a prendere la linea. 
Così trascorse la prima notte. 
Il giorno dopo andai alla ricerca di qualcosa da mangiare. Trovai noci di cocco, manghi e aragoste. La sera iniziò a piovere e la pioggia continuò per tre giorni consecutivi; le provviste, però, mi bastarono. 
Gli anni passarono e dalla disperazione decisi di costruire una zattera e di affrontare il mare. Rischiavo la vita, ma decisi comunque di partire verso l'infinito!
Neanche il tempo di partire e sentii un suono.
Me lo ricordo ancora, era quello del mio Nokia Lumia 1520! Guardai lo schermo del telefono e vidi scritto “Schmidt”. Rispose una voce rabbiosa che mi disse:
- LICENZIATEN!!! Possibile che da quattro anni a oggi provo a chiamarti e tu non rispondi me?-
- Aspetta, fammi parlare.
- NEIN - BiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiP e mi riattaccò in faccia.
Dopo due ore di viaggio incontrai una nave che mi caricò a bordo e,
dopo due mesi, raggiunsi le coste dell'America.
Andai subito all'aeroporto e presi il primo aereo diretto a Milano.
Entrai nell'ufficio dalla signora Schmidt incavolato nero; dopo una discussione di parecchi minuti, mi ripresi e dalla gioia la baciai...lei mi ricambiò. Dopo molti anni ci sposammo e avemmo molti figli, uno di questi diventò il capo della Kraft milanese. 
Alex A., Riccardo F., Cristian L.C., Mattia P.


                                                                      

sabato 10 gennaio 2015

Open Day all'ICPaccini di Sovico



I bambini di quinta esprimono le loro impressioni...


Oggi siamo venuti all`Open Day dell'Istituto Paccini di Sovico: abbiamo finalmente visitato la scuola che frequenteremo l'anno prossimo. Ci aspettiamo che la scuola sia diversa da quella elementare: ci saranno infatti più insegnanti e più materie! Appena siamo entrati nell'atrio questa mattina, abbiamo avuto l'imprenssione che la scuola media fosse migliore di quella elementare; inoltre, ci siamo subito sentiti parte della scuola perché siamo stati accolti con entusiasmo dagli insegnanti.
Davide, Marco, Nicolò


Ci aspettiamo che la Scuola media sia divertente, sorprendente, diversa dalle elementari, calda e accogliente. Ci auguriamo che i professori siano simpatici, scherzosi, gentili, non troppo severi e, soprattutto, che ci diano pochi compiti!
Noi, da parte nostra, ci impegneremo al massimo nello studio e nei compiti! :)
Davide, Simone, Matteo, Edoardo


Stamattina siamo entrati nella Scuola media e la nostra prima impressione è stata positiva. Siamo rimasti colpiti dai numerosi laboratori, dalla grandezza dell'Istituto e dall'accoglienza ricevuta dai professori.
Tommaso, Cristian, Andrea, Christian, Stefano, Arianna, Alessandro, Gabriele, Riccardo, Mirco, Martina, Alice, Mattia, Francesco, Sofia, Francesca, Luca


La Scuola media è davvero bella! Ci sono tante attività, è grande e organizzata...inoltre, i professori sono abbastanza giovani e molto disponibili.
Non vediamo l'ora di frequentare questa scuola!
Elisa, Francesca, Stefano, Claudia, Alice, Clarissa, Giorgio, Stefano, Mohamed, Alessio, Denis, Luca, Margherita, Samuele, Tommaso, Luca, Raffaele, Matilde, Joao, Gabriel


L'esperienza di questa mattina alla Scuola media ci ha colpiti molto! Ci sono numerosi laboratori con diverse attività, gli insegnanti ci sono sembrati simpatici e bravi. In particolare siamo rimasti sorpresi dalla bellezza del laboratorio di scienze.
Stefano, Davide, Daniele, Silvia, Eleonora, Lara, Silvia, Marta, Sophie, Ilaria, Diego, Sabrina, Linda, Annamaria, Roberta, Viola, Matteo, Joao.



Laboratorio di Scienze

Laboratorio di Scienze

Laboratorio di Scienze

Laboratorio di Scienze

La nostra Orchestra e il Maestro Antonio Di Sanza

Laboratorio teatrale

Laboratorio teatrale

Laboratorio di Informatica
ICPaccini's Blog

Laboratorio di Informatica
ICPaccini's Blog

giovedì 8 gennaio 2015

LA GIORNATA DELLA MEMORIA

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime dell’Olocausto.                                                                                                            
Con la legge 20 luglio 2000, n° 211, l’Italia ha istituito il “GIORNO DELLA MEMORIA”. In tale giorno sono numerose le iniziative organizzate in tutto il nostro paese per ricordare le numerose vittime della Shoah.
Anche quest’anno la nostra scuola vuole ricordare questa triste pagina della storia umana con una serie di attività. In particolare, le classi prime vedranno un film (di cui, però, non ci è ancora noto il titolo); le classi seconde si recheranno al Teatro San Rocco di Seregno per assistere allo spettacolo teatrale “Il bambino con il pigiama a righe”, mentre le classi terze ascolteranno la testimonianza di Sami Modiano, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz, e la canzone “Lettera” del gruppo musicale Vallanzaska.

Vi invitiamo a seguirci sul blog  per condividere con noi le nostre riflessioni in merito a tali iniziative.

Margherita B., Tommaso S.C.